Domenica 29 marzo 2026
Anno A del Lezionario, in cui si leggono soprattutto brani tratti dal vangelo di Matteo
Omelìa di don François Djob Biba
Cari fratelli e sorelle,
oggi è la Domenica delle Palme e della Passione del Signore.
Come abbiamo notato, essa si apre con una festosa processione agitando palme e rami d’olivo e acclamando il Signore, che fa il suo ingresso solenne in Gerusalemme. Simboleggia però anche la Chiesa che entra nel mistero di amore e di dolore: nel dramma della Passione, da ascoltare e da vivere con cuore commosso e in profondo silenzio. Al di là dei singoli particolari del grande evento sacrificale, possiamo sintetizzare il tutto in tre termini-chiave: dolore, peccato, amore. Su questo vorrei proporre una breve riflessione.
L’evangelista Matteo si rivolge alle prime comunità cristiane e le invita a entrare con spirito di fede, insieme a lui, nel mistero della Passione e della Croce. L’orrendo patibolo decretato dalle autorità di Gerusalemme risulta “il più abietto supplizio degli schiavi” afferma Cicerone; “è il segno di maledizione per chi pende dal legno” secondo il Deuteronomio (Dt 21,23); “è diventato lui stesso maledizione”, scrive Paolo (Gal 3,13). Ebbene, si abbattono sul Cristo agonia e croce, solitudine e tradimento, angoscia e tristezza mortale. È un abisso di sofferenza che provoca brividi e smarrimento in chiunque vi si sporge come su un abisso, sia pure per un rapido sguardo. In questa Settimana Santa resta in grande evidenza la Croce!
E la croce di Gesù è anche nostra, è anche mia, tua, sua. Sotto ogni croce a portarla vi sono due presenze: Cristo e io, Cristo e tu… Ogni celebrazione di Via Crucis comporta sempre due presenze. Pertanto non esiste la croce solitaria, cioè la croce portata da solo. Sotto ogni croce ci sono io, ci sei tu…, ma soprattutto c’è Lui: Gesù, che svolge il ruolo di protagonista, per cui sulle sue spalle poggia la parte anteriore del patibulum, sulle mie spalle poggia la parte posteriore. Il mio ruolo è quello del cireneo: aiuto Gesù a portare la croce.
Se proviamo a chiederci perché tanto dolore, si ha una pronta e lucida risposta da vari testi biblici: “È un castigo severo per i tuoi molti peccati” (Ger 30,14); “Con verità e giustizia Tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati, poiché noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui” (Dn 3,28-29). C’è dunque un immediato richiamo tra dolore e colpa, tra croce e peccato, tra responsabilità e tradimento. La liturgia ci offre quotidianamente l’occasione di prendere coscienza delle nostre colpe e batterci il petto, implorando “pietà e misericordia”, pregando dolorosamente il Confiteor, dichiarando di “non essere degni di avvicinarci al santo altare”.
Tuttavia la crudele e umiliante morte sulla croce è la dimostrazione chiara del potente amore del Cristo per l’umanità peccatrice. Egli si è sacrificato e si è immolato per amore. Si è presentato al Padre facendosi peccatore dei nostri peccati. Egli, l’Agnello di Dio, ha preso su di sé il pesante fardello dei nostri misfatti. L’unico motivo è che ha fatto tutto “per amore”. Lo confida Lui stesso nel Vangelo di Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici, voi siete miei amici” (cfr. Gv 15,13-14).
La morte di Cristo, e la morte in croce, è la riprova incontestabile di un amore strenuo, fedele e generoso del Figlio, che è morto per chi non era degno di questa preziosissima immolazione, come scrive Paolo nella Lettera ai Romani: “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.
Sia lodato Gesù Cristo.
