Domenica 20 settembre 2026
Anno A del Lezionario, in cui si leggono soprattutto brani tratti dal vangelo di Matteo
Omelia di Don François Djob Biba.
Fratelli e sorelle carissimi,
il Vangelo che abbiamo appena ascoltato può lasciarci un po’ perplessi.
Immaginiamo un padrone che, alla fine della giornata, dà lo stesso salario a chi ha lavorato dodici ore e a chi ha lavorato soltanto un’ora. La nostra prima reazione è quasi spontanea: «Non è giusto!» Ed è proprio qui che Gesù vuole incontrarci.
Gesù, infatti, non ci sta dando una lezione di economia o di gestione del personale. Ci sta parlando del Regno di Dio. E la prima lettura ci offre la chiave per comprendere questa parabola: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”.
Noi abbiamo spontaneamente una logica basata sul calcolo. Facciamo i conti: «Ho fatto questo, quindi merito quello. Sono stato fedele per tanti anni, quindi Dio dovrebbe darmi di più. Ho fatto dei sacrifici, quindi dovrei essere considerato maggiormente».
E poi guardiamo l’altro e pensiamo: «Lui, invece, non ha fatto quasi nulla… perché dovrebbe ricevere quanto me?»
Possiamo persino portare questa logica dentro la nostra vita cristiana. Confrontiamo le nostre preghiere, il nostro impegno, i nostri sacrifici, la nostra fedeltà. E qualche volta guardiamo colui che torna in chiesa dopo tanti anni di assenza e pensiamo dentro di noi: «Io, invece, sono qui da sempre…»
Ed è allora che Gesù ci pone una domanda molto esigente: “Siamo capaci di gioire della bontà di Dio quando questa viene donata a qualcun altro?”
Gli operai della prima ora non possono rimproverare il padrone di essere stato ingiusto con loro. Egli ha dato loro esattamente ciò che aveva promesso. Ciò che li disturba è un’altra cosa: il padrone è stato buono con gli altri.
Forse questo è proprio il cuore della parabola. Accettiamo abbastanza facilmente la misericordia di Dio quando riguarda noi. Ma quando quella stessa misericordia viene offerta a qualcuno che consideriamo meno degno di noi, allora diventa molto più difficile accettarla.
Eppure Dio non agisce secondo la nostra logica del merito. Dio non dà perché abbiamo accumulato dei meriti; Dio dà perché è buono.
È questo che ci ricorda il profeta Isaia: «Ritornate al Signore: egli avrà misericordia di voi, ritornate al nostro Dio, che largamente perdona».
Dio è ricco di perdono. Quale espressione meravigliosa! Significa che nessuno è definitivamente prigioniero del proprio passato. Nessuno può dire: «Ho aspettato troppo. Ho peccato troppo. Sono arrivato troppo tardi. Dio non può più volermi».
Nel Vangelo, il padrone esce più volte durante la giornata: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e persino all’ultima ora.
Questo significa qualcosa di molto importante: Dio non smette mai di chiamare.
Chiama coloro che sono lì da molto tempo, chiama coloro che stanno scoprendo la fede, chiama coloro che si sono allontanati, chiama coloro che pensano di non avere più nulla da offrire. E chiama persino colui che crede di essere arrivato troppo tardi.
Nel Regno di Dio, dunque, non esiste un “troppo tardi”.
E forse, qualche volta, siamo proprio noi quegli operai dell’ultima ora.
Abbiamo ricevuto la fede da bambini, ma forse abbiamo dimenticato di rendere grazie. Oppure abbiamo attraversato periodi di dubbio. Forse ci siamo allontanati da Dio, oppure abbiamo vissuto per anni senza ascoltare veramente la sua voce.
E tuttavia il Signore continua a venirci incontro. Ci dice semplicemente: «Andate anche voi nella mia vigna».
Non ci chiede di recuperare gli anni perduti e non ci chiede di rifare il passato. Ci chiede soltanto di rispondere oggi.
C’è però un’altra domanda che questa parabola ci pone: perché quegli uomini sono rimasti tutto il giorno sulla piazza?
Perché nessuno li aveva chiamati.
Erano lì, disponibili, ma inutilizzati. E questa immagine può interrogare anche noi.
Nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, nella nostra società, quante persone aspettano di essere guardate, riconosciute, chiamate? Quante pensano di non servire più a nulla? Quante persone anziane si chiedono quale sia ancora il loro posto? Quanti giovani cercano un senso? Quante persone che hanno conosciuto il fallimento pensano di non avere più nulla da offrire?
Ed ecco che Dio ci rivela qualcosa del suo cuore: per Lui, nessuno è inutile.
A ogni ora della giornata, Dio esce a cercare operai. Non guarda soltanto ciò che una persona ha già fatto; guarda ciò che quella persona può ancora diventare.
Ma c’è soprattutto una conversione che Gesù ci chiede: «passare dal confronto alla gratitudine.»
L’operaio della prima ora avrebbe potuto dire: «Signore, grazie. Mi hai dato ciò che mi avevi promesso. E grazie anche per colui che è arrivato soltanto adesso».
Invece guarda ciò che riceve l’altro. E quando cominciamo a guardare ciò che l’altro riceve, rischiamo di dimenticare ciò che abbiamo ricevuto noi.
È spesso così che nasce la gelosia.
La gelosia non dice soltanto: «Vorrei avere di più». A volte dice: «Perché lui ha diritto a questo?»
E allora la bontà di Dio, ai nostri occhi, rischia di diventare un’ingiustizia.
Ma Dio ci pone una domanda: «Vuoi guardare ciò che dono all’altro, oppure vuoi accogliere ciò che dono a te?»
San Paolo, nella seconda lettura, ci conduce ancora più lontano. Dice: «Per me il vivere è Cristo».
Forse questo è il segreto della libertà cristiana.
Quando Cristo diventa davvero il centro della nostra vita, sentiamo meno il bisogno di confrontarci con gli altri. Non abbiamo più bisogno di sapere chi è primo e chi è ultimo, né di misurare il nostro valore confrontandolo con quello degli altri.
La nostra felicità non dipende più dal posto che occupiamo.
Sappiamo semplicemente questo: «Io sono amato da Dio.» E anche l’altro è amato da Dio.
L’amore di Dio non è una torta che dobbiamo dividere in tante piccole fette. Se Dio ama profondamente qualcun altro, questo non diminuisce in nulla l’amore che ha per me.
Al contrario, la gioia cristiana consiste nel poter dire: «Signore, grazie perché la tua bontà è più grande dei miei calcoli. Grazie perché non tratti nessuno secondo i suoi meriti. Grazie perché continui a chiamare fino all’ultima ora».
Allora possiamo ripartire oggi con tre piccoli propositi.
Il primo: non misurare più il nostro valore confrontandoci con gli altri.
Il secondo: non pensare mai che una persona sia troppo lontana per essere chiamata da Dio.
Il terzo e soprattutto: lasciare che Dio allarghi il nostro cuore alla misura della sua misericordia.
Fratelli e sorelle, il Signore continua anche oggi a uscire sulla piazza. Continua a cercare operai per la sua vigna. Forse ci chiama da molto tempo. Forse oggi ci chiama a una nuova missione. Forse sta chiamando qualcuno che pensa di aver fallito la propria vita.
Ma il suo invito rimane: «Andate anche voi nella mia vigna.»
E se accettiamo di lasciare da parte i nostri calcoli, i nostri confronti e la nostra logica del merito, per entrare nella logica della grazia, allora scopriremo una cosa fondamentale: «il Regno di Dio non è anzitutto una ricompensa da conquistare. È un amore da accogliere. »
Sia lodato Gesù Cristo.
