Domenica 5 luglio 2026
Anno A del Lezionario, in cui si leggono soprattutto brani tratti dal vangelo di Matteo
Omelìa di Don François Djob Biba
Cari Fratelli e sorelle,
ci sono parole di Gesù che rimangono impresse nel cuore. Quella che abbiamo appena ascoltato è una di queste: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro”.
Queste parole hanno consolato generazioni di credenti e continuano a parlare anche a noi oggi. Perché ciascuno porta un peso nel cuore: una malattia, le preoccupazioni per i figli o per i nipoti, le difficoltà del lavoro, le tensioni in famiglia, la solitudine, il lutto, l’incertezza del futuro. Gesù dice a ciascuno di noi: “Venite a me”. Le letture invitano alla speranza.
Nella prima lettura, il profeta Zaccaria annuncia un re atteso da secoli. Ma è un re sorprendente. Non arriva con un esercito, non impone la sua forza. Entra umilmente, cavalcando un asinello. Per gli uomini del suo tempo era un’immagine davvero inattesa. I re vittoriosi cavalcavano cavalli da battaglia. Il re inviato da Dio sceglie invece il segno della pace. È il modo di Dio di salvare il suo popolo: non con la violenza, ma trasformando il cuore dell’uomo. Quando Gesù entra a Gerusalemme poco prima della sua passione realizzerà proprio questa profezia. Egli è il re mite e umile annunciato da Zaccaria.
San Paolo nella seconda lettura ci ricorda che lo Spirito di Dio abita nei nostri cuori.
Nel Vangelo, Gesù innanzitutto prega il Padre: “Ti rendo lode, Padre” Gesù non esalta l’ignoranza e non disprezza l’intelligenza. Ciò che mette in discussione è la presunzione di chi pensa non avere più bisogno di Dio.
I piccoli sono coloro che conservano un cuore aperto. Sono persone capaci di ascoltare, di lasciarsi sorprendere, di accogliere ciò che Dio dona. Anche la fede nasce così: quando riconosciamo che non possiamo controllare tutto e ci affidiamo al Signore.
La nostra società ci spinge continuamente a essere efficienti, autonomi, competitivi. Vorremmo capire tutto, prevedere tutto, controllare tutto. E invece Gesù ci dice che la strada verso Dio passa attraverso l’umiltà. “Venite a me”. Riconoscere che senza Dio la nostra vita perde la sua direzione più profonda. “Prendete il mio gioco sopra di voi”, di solito il giogo richiama qualcosa di pesante. Al suo tempo, il gioco era anche il simbolo della legge che molti vivevano come un insieme di obblighi gravosi. Gesù non elimina l’esigenza del Vangelo. Le trasforma. Ci insegna che il cuore di tutta la legge è l’amore e, quando si ama, anche ciò che costa diventa più leggero. Pensiamo a una madre che veglia il figlio malato, a chi si prende cura di un coniuge malato, di un genitore anziano, di una persona sola… la fatica rimane, ma l’amore le dà un significato nuovo.
Chiediamo a Gesù che sia lui a portare insieme a noi il suo giogo, perché ha detto: “Imparate da me”.
Sia lodato Gesù Cristo.
