Don Tito: 60 anni di altare
Una fedele scrive al sacerdote che ha segnato la vita sua e quella di un’intera comunità.
Carissimo don Tito Rovai, desidero partecipare alla festa del sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale con i miei più affettuosi auguri, dicendole semplicemente grazie per quello che lei mi ha dato. Qualche tempo fa le avevo detto che volevo scrivere la biografia della sua vita. Sapevo che i predicatori e i teologi sono molto cauti nell’affrontare l’argomento, ma quello che lei mi rispose mi fece salire un nodo alla gola e uno sguardo liquido. Mi disse: “E’ troppo tardi Barbara. La memoria ora mi tradisce”. Ascoltavo queste parole da un uomo avanti negli anni e provato dai problemi di salute. Non accettai questa resa: le chiesi di aiutarmi, perché il suo era un cammino che era giusto far conoscere. “Sento che insieme possiamo farcela”, le ribattei insistendo. Ma mi accorsi quasi subito che sarebbe stato complicato: aveva in testa tante versioni di una favola umana che si stava riducendo sempre di più come un fuoco che consuma se stesso. Il passato era ancora vivo in lei, mai suoi percorsi biografici erano complicati da mettere insieme per farne una storia. Aveva iniziato a raccontarmi episodi scollegati tra loro, che non seguivano una cronologia. Sembrava che stesse tirando fuori da una scatola magica vecchie foto in bianco e nero sulle quali lei si soffermava per descriverne il momento. Uno stuolo di episodi che si moltiplicavano a dismisura non appena iniziava a raccontare. La prima domanda che le feci, per una mia curiosità, era rivolta al suo nome, cosi particolare. “Il nonno si chiamava cosi – mi rivelò. – Quando nacqui, era morto il giorno prima. Mia madre voleva chiamarmi Mario, ma fu la nonna a dire «Un Tito è morto, un Tito è nato»”. Un aneddoto simpatico. Nella sua casa ho sempre avuto l’impressione di entrare in quella di un padre dove tutto era al suo posto. La sua scrivania piena di libri, i crocefissi, le immagini sacre, il caminetto e le grandi vetrate dell’ampia stanza che traboccava sempre di luce e dove si avvertiva la netta percezione del sacro. L’ho sempre vista così, forte come un toro con uno sguardo da fanciullo che si accende quando c’ da metter mano a qualcosa di nuovo. Come quando, esattamente trent’anni fa, mi chiese di aprire una scuola di musica nella sua parrocchia perché “la musica é una parte importante nella vita di una persona. E’ una sostanza spirituale necessaria come strada per la felicità, perché parla al cuore dell’uomo”. Scoprii in quell’occasione lo spessore di un uomo che amava l’arte avendo al contempo la manualità di un artigiano nel metter mano in tutto quello che c’era da fare nella sua chiesa. Ho sempre ammirato l’audacia di chi, come lei, ogni mattina si mette all’opera. Da quando è stato insignito del titolo onorifico di monsignore io desidero chiamarla cosi, soprattutto quando parlo di lei ai genitori dei miei allievi o agli allievi stessi. Quasi a sottolineare con rispetto il titolo che le ha conferito la Santa Sede, una nomina per il suo stile di vita sacerdotale e per la sua umiltà perché, nonostante il riconoscimento, Lei desidera essere chiamato semplicemente don Tito. Ho sempre riconosciuto in lei un maestro dal quale imparare, ma soprattutto un affidabile compagno di cammino. Grazie per questi anni insieme, per un viaggio straordinario durato trent’anni. E non mi capacito che siano realmente trascorsi, perché sono letteralmente volati. Mi sarebbe piaciuto trascrivere parola per parola come la fede sia stata destino per la sua vita ma rammento soltanto cosa mi disse alla fine della nostra ultima conversazione: “La fede nasce in un modo affettivamente percepibile e vivibile e si attesta umanamente come frutto di un incontro nel quale la Presenza palesa se stessa. Tutto si è svolto cosi nel mio destino e tutte le cose che si presentavano nella mia vita mi stupivano ogni volta, perché era Dio a operarle facendo con esse la trama di una storia che mi accadeva e mi accade ancora oggi. Le circostanze e le persone che ho incontrato sono state incisive per il delinearsi della mia vocazione: i miei genitori, i compagni del seminario, le letture, lo studio, il sacerdozio”.
A conclusione di questa lettera vorrei dedicarle le parole che dissero gli Apostoli, che trovo le si addicano: “Se non credete in quest’uomo,
non possiamo più credere neanche ai nostri occhi”
Con affetto
Barbara
