
Don Tito, cosa puoi dirci o meglio raccontarci dei primi anni della tua vita?
Volendo fare una panoramica della mia vita, penso che si debba partire dal giorno della mia nascita, che è avvenuta il 28 novembre 1938.
Dove sono nato? A Vagliagli, una piccola frazione del Comune di Castelnuovo Berardenga, paesino molto importante nella storia, perché è stato un trait d’union tra il territorio fiorentino e quello senese. Difatti a Vagliagli ai miei tempi si parlava il fiorentino e io stesso usavo espressioni come “i sole” senza utilizzare la lettera ” l ” e quando sono venuto a Siena mi rimproveravano per questo mio modo di parlare.
Io credo che Vagliagli sia sempre stato più territorio fiorentino che senese e soltanto dopo la battaglia di Montaperti i Fiorentini si sono ritirati ed allora sono subentrati i Senesi. Quando c’è stata la battaglia di Montaperti il 4 settembre 1260, i fiorentini si erano accampati a Pievasciata, distante circa 4 Km da Vagliagli, e nel partire per la conquista di Siena sono stati messi in scacco dai Senesi ancor prima che si svolgesse lo scontro armato. Infatti i Senesi furbescamente avevano già fatto trattative con il parroco di Pievasciata, il quale fece trovare ai fiorentini cibo in abbondanza e vino a sazietà, così che il giorno della battaglia i fiorentini erano tutti sbronzi.
Ricordo anche che Vagliagli era l’ultima parrocchia della Diocesi di Siena, la quale confinava con la parrocchia di San Fedele della Diocesi di Colle Val d’Elsa, con la parrocchia di Castelnuovo Berardenga della Diocesi di Arezzo e confinava ancora con la Diocesi di Fiesole. Quindi Vagliagli era un quadrivio di Diocesi, ma la poca distanza di Vagliagli da Siena faceva sì che In pratica la città di riferimento degli abitanti di Vagliagli per i loro affari e i loro commerci era la città di Siena.
Ma, tornando indietro, parliamo della composizione della mia famiglia. Quando io sono nato in casa Rovai c’era il capofamiglia, che era il babbo Telico, nome che viene dal greco Telicos che ha molti significati, tra cui primo, ultimo, ma soprattutto un finale dolce, interessante, nome strano dovuto al fatto che mio nonno Tito si era appassionato alla cultura del mondo greco ed aveva come scalpellino una particolare predilezione per le pietre dure sia greche che latine scolpite a mano.
Io conservo ancora molti modelli in gesso o in creta che mio nonno costruiva per avere davanti alla mente bozzetti interessanti.
Facciamo ancora un passo indietro per chiederci come mai mio nonno aveva ereditato dai suoi avi questa capacità di scolpire le pietre dure. Ebbene ho fatto ultimamente una ricerca perché il cognome Rovai non è presente in maniera massiva negli elenchi telefonici di Siena, mentre se andiamo in Versilia il cognome Rovai riempie gli elenchi, così come a Siena accade ad esempio con il cognome Rossi.
Ed allora come si spiega l’origine di questo cognome? Riportiamoci al 1500, quando il grande Brunelleschi volle riparare dalle intemperie il Duomo e il Battistero di Firenze con pietre dure e possiamo dire anche idrorepellenti. Pertanto decise di portare a Firenze dai monti della Versilia, dal monte Altissimo e da altri monti vicini coloro che lavoravano il marmo bianco, che fu utilizzato a Firenze, per cui i due capolavori architettonici sono ancora oggi intatti e si mantengono integri, nonostante il freddo dell’inverno.
Sempre parlando di Brunelleschi costui volle utilizzare negli interni del Duomo una pietra più calda, quale è la pietra serena, che però non era facile a trovarsi in città. Pertanto inviò nelle terre del Chianti alcuni scalpellini, che trovarono la pietra serena a Panzano, a Greve e a Vagliagli.
Probabilmente uno scalpellino di cognome Rovai trovò a Vagliagli non solo la pietra serena, ma anche la moglie ed allora si comprende perché a Vagliagli ci sono tantissime famiglie che portano questo cognome, pur senza essere parenti, perché ovviamente con i secoli la parentela si diluisce fino a scomparire.
Nell’anno 1937 il mio babbo Telico sposò mia madre Ida. Durante la gravidanza i miei genitori si erano messi d’accordo per chiamarmi Mario, ma poiché mio nonno Tito morì il giorno precedente la mia nascita, nonna Angelina s’impose ed affermò: “un Tito è morto e un Tito è nato”.
E così fui chiamato Tito.
Ho trascorso la mia fanciullezza in un paesino di artigiani, per cui da piccolo ho visto lavorare il legno da Fedro, il ferro da Gino, la pietra dura dal mio babbo e poi la muratura dai Falorsi, che hanno costruito anche a Siena molte case e palazzi, oltre che a Vagliagli.
C’erano anche dei contadini al limite del paese e così ho fatto anche questa esperienza di vita nei campi. I loro figli venivano a scuola con me ed io trascorrevo le giornate anche con loro, portando al pascolo le pecore, soprattutto nel periodo della seconda guerra mondiale, quando facevo spessissimo merenda con questi miei amici, perché essi avevano sempre qualcosa in casa da mangiare, mentre i cosiddetti pigionali cioè gli artigiani nel periodo della guerra non avevano niente da mettere in bocca, nemmeno il pane.
Oltre gli artigiani c’erano a Vagliagli molti scalpellini, che lavoravano quali operai di mio nonno e del mio babbo, che gestivano all’epoca due cave. Alcuni scalpellini erano stati anche assunti dal Comune di Siena in modo continuativo, poiché le pietre delle strade di Siena si consumavano velocemente, dato che la pietra serena è idonea agli interni, ma non è consigliabile metterla all’esterno, perché come una spugna assorbe l’acqua e gelando d’inverno la pietra si rovina. È questo il motivo per cui le strade di Siena sono sempre poco levigate e c’era bisogno degli scalpellini, che venivano quasi tutti da Vagliagli, per fare il cosiddetto lastrico.
Come ho già detto, la mia vita da bambino si è svolta soprattutto nel paese di nascita. Ho un piacevole ricordo di tanti ragazzi, di tanti amici, di tanti momenti belli e di tante esperienze anche particolari, che mi hanno fatto crescere e diventare adulto. Come non ricordare in questo momento i giochi di paese, alcuni dei quali erano anche giochi simpatici, come la corsa dei gatti con il guscio di una noce incollato sotto le loro zampe mediante la pece rubata al calzolaio Beppe.
Don Tito, come è nata la tua vocazione religiosa?
Quando ero piccolo, il prete della mia parrocchia era Monsignore Alcibiade Pacini, che era anche “proposto” della Chiesa di Provenzano. Era una persona autorevole, di una fede forte, che adempiva ai suoi doveri con una certa durezza ed aveva una voce tuonante, che intimoriva i fedeli durante le omelie.
Ricordo che don Pacini aveva molte passioni, tra cui la caccia e la guida dell’automobile: Egli fu uno dei primi a possedere un’auto a Vagliagli e nel 1924 celebrò la prima festa di benedizione delle automobili.
Ho imparato da lui il catechismo del Concilio Tridentino e ricordo a questo proposito di essere stato premiato da Monsignor Toccabelli, Arcivescovo di Siena, in un concorso catechistico che si era tenuto nella Parrocchia di Pievasciata, dove io arrivai primo, superando gli altri ragazzi.
Essendo Monsignor Pacini malato di diabete, pur riguardandosi nell’assumere con la dieta poco zucchero e molto pane di segale, ben presto fu colpito dalla retinopatia diabetica e divenne cieco.
Fu allora che Monsignor Toccabelli inviò il sabato e la domenica dei giovani, divenuti preti in quello stesso anno, a supplire il proposto di Vagliagli. Nel piccolo paese l’arrivo di un giovane prete attirò come una calamita tutti i ragazzi, che si radunavano ora in una casa, ora in un’altra, spesso nella mia casa che aveva una grande cucina, dove facevamo giochi e allo stesso tempo ci insegnavano il catechismo.
il primo di questi giovani preti inviati fu don Alberto Luzzi, che diventerà poi Parroco della Magione. L’anno successivo fu inviato Monsignor Alberto Giglioli, che poi diventerà Vescovo di Montalcino.
Il terzo giovane prete inviato fu don Adriano Tassi ed il quarto don Savino Mazzini, anche lui diventato prete da appena un mese, a cui io feci da guida nel periodo pasquale per la visita della benedizione delle case, che durava circa un mese. E fu proprio mentre si andava in giro per le case che don Savino mi chiese: “Ti piacerebbe diventare prete”
Io risposi: “Ci penserò. Ora non so dargli una risposta e poi non so se i miei genitori mi manderanno in seminario.”
Infatti babbo Telico pensava di non farmi fare lo scalpellino, perché era un lavoro pesante e faticoso e nel frattempo io avevo già fatto l’esperienza di sarto e sapevo già fare le asole ai pantaloni, perché nel paese c’era un bravissimo napoletano, che poi aprirà a Siena una scuola di cucito, dal quale avevo cominciato ad imparare il mestiere di sarto.
Perciò rimanemmo con don Savino che io gli avrei dato risposta, anche se gli dissi che non credevo affatto che i miei genitori mi avrebbero mandato in seminario.
E invece un giorno, mentre mangiavamo la polenta, mi fu dato il permesso di andare in seminario. Allora corsi a bussare alla porta di don Savino e gridai: “Mi mandano, mi mandano!”
A quell’epoca non c’erano nel paese di Vagliagli molte scuole ed era pressoché normale studiare in seminario per arrivare a prendersi una laurea. Poi se c’era anche la vocazione religiosa uno proseguiva, se questa non c’era si usciva dal seminario e si proseguiva la vita da laico.
Don Tito, raccontaci delle tue prime esperienze di giovane prete.
A questo punto il volto di Don Tito si irrigidisce, gli occhi fissano lontano un punto invisibile quasi a cercare nella parete della stanza una risposta alla mia domanda, la sua voce si affievolisce e mi confessa che non se la sente più di continuare questa intervista. Sono troppi i ricordi che affiorano nella sua mente, alcuni dei quali poco piacevoli, per cui preferisce per il momento tenerseli per sé nel chiuso della sua coscienza e della sua memoria, rimandando a tempi migliori la prosecuzione dell’intervista.
Ebbene questi tempi ancora non si sono manifestati, per cui io attendo fiducioso che un giorno il nostro caro Don Tito possa sentirsi a suo agio nel raccontarci le sue esperienze di giovane prete, da quando fu nominato il 9 giugno 1969 Parroco della Chiesa della Beata Anna Maria Taigi di Vico Alto.
