XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Domenica 26 settembre 2026

Anno A del Lezionario, in cui si leggono soprattutto brani tratti dal vangelo di Matteo

Omelia di Don François Djob Biba.

 

Fratelli e sorelle,

la Parola di Dio che abbiamo ascoltato oggi ci pone davanti a una domanda semplice, ma molto profonda: che valore ha il nostro “sì” a Dio? Perché dire “sì” è facile.

Possiamo pronunciare un “sì” con le labbra, possiamo fare una promessa, possiamo prendere un buon proposito. Ma il Signore ci chiede qualcosa di più: ci chiede un “sì” che diventi vita, un “sì” che si trasformi in gesti concreti, in scelte, in amore.

È proprio questo che Gesù ci mostra nella parabola dei due figli.

Un padre chiede al primo: «Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna». E il figlio risponde: «Non ne ho voglia». È una risposta brusca. Forse non è la risposta che un padre vorrebbe sentirsi dare. Ma poi quel figlio ci ripensa. Cambia idea. E alla fine va.

Il padre rivolge la stessa richiesta al secondo figlio. E lui risponde: «Sì, Signore!». Una risposta bella, rispettosa, apparentemente perfetta. Ma poi non va.

E allora Gesù pone la domanda: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» La risposta è evidente: colui che è andato.

E qui la parabola diventa una domanda per ciascuno di noi. Perché possiamo riconoscerci entrambi in quei figli.

A volte siamo il primo. Diciamo “no” a Dio. Rimandiamo. Resistiamo. Ci allontaniamo. Pensiamo di non avere tempo, di non essere capaci, di non voler cambiare. Ma poi, magari attraverso una parola, una sofferenza, un incontro, una preghiera, qualcosa cambia dentro di noi. E scopriamo che possiamo ricominciare.

Altre volte siamo il secondo figlio. Diciamo le parole giuste. «Signore, voglio cambiare». «Signore, voglio perdonare». «Signore, voglio essere più paziente». «Signore, voglio pregare di più». «Signore, voglio essere più attento agli altri». Ma poi arriva la vita concreta. Arriva il lunedì mattina. Arrivano la stanchezza, le preoccupazioni, le contrarietà, le persone che ci fanno perdere la pazienza. E il nostro bel “sì” rischia di rimanere soltanto una parola.

Abbiamo detto: «Signore, perdono». Ma continuiamo a ricordare dentro di noi tutto quello che l’altro ci ha fatto. Abbiamo detto: «Signore, voglio amare il mio prossimo». Ma qualche volta scegliamo noi chi deve essere il nostro prossimo: quelli che ci piacciono, quelli che ci comprendono, quelli che la pensano come noi. Abbiamo detto: «Signore, voglio essere disponibile». Ma quando qualcuno ci chiede un po’ del nostro tempo, magari rispondiamo: «Non ho proprio tempo».

Questa è la nostra fragilità.

Ma Gesù non racconta questa parabola per scoraggiarci. Al contrario. Ci offre una grande speranza. Possiamo sempre ricominciare. Il primo figlio ha detto “no”. Ma la sua storia non finisce con quel “no”. Ci ripensa. Cambia. Si mette in cammino. E va nella vigna.

Questa è una delle parole più belle del Vangelo di oggi: Dio non ci chiude mai dentro il nostro passato. Possiamo aver sbagliato. Possiamo aver preso decisioni sbagliate. Possiamo esserci allontanati da Dio. Possiamo aver detto “no” molte volte. Ma Dio non ci dice: «Hai detto di no, quindi è finita». Ci dice: «Oggi puoi ancora alzarti e venire».

Sant’Agostino esprime questa verità con una frase molto profonda: «Colui che ti ha creato senza di te, non ti giustifica senza di te». Dio prende sempre l’iniziativa. È lui che chiama. È lui che cerca. È lui che aspetta. Ma rispetta la nostra libertà. Non ci obbliga ad amare. Non ci obbliga a perdonare. Non ci obbliga a tornare a lui. Ci tende la mano. E noi possiamo scegliere di afferrarla.

Per questo possiamo portare oggi nel cuore una certezza: anche se ieri il mio cuore ha detto “no”, oggi può ancora dire “sì”. Non smettere di sperare nelle persone.

La prima lettura ci offre la stessa speranza. Il profeta Ezechiele ci ricorda che chi si allontana dal male e sceglie il bene può vivere. È una parola importante anche per il nostro modo di guardare gli altri. A volte diciamo: «Io sono fatto così, non cambierò mai». Oppure: «Quella persona non cambierà mai». «Dopo quello che ha fatto, non vale più la pena sperare».

Ma il Vangelo ci invita a non pronunciare troppo facilmente la parola “mai” quando si tratta della grazia di Dio. Noi vediamo il passato di una persona. Dio vede anche ciò che quella persona può diventare. Noi vediamo gli errori. Dio vede ancora la possibilità di un nuovo inizio. Noi vediamo qualcuno che è caduto. Dio vede qualcuno che può rialzarsi.

E forse questa Parola vale anche per noi. Forse c’è un ambito della nostra vita nel quale oggi il Signore ci dice: «Va’ a lavorare nella mia vigna». Forse è la nostra famiglia. Forse è il nostro matrimonio. Forse è una relazione che si è ferita. Forse è una persona con cui siamo in conflitto. Forse è qualcuno che è malato o solo. Forse è semplicemente il nostro modo di parlare agli altri, di ascoltare, di giudicare.

Il Signore non ci chiede necessariamente di cambiare tutta la nostra vita in un solo giorno. Forse ci chiede soltanto un primo passo. Una telefonata. Una visita. Una parola di perdono. Un gesto di riconciliazione. Una mano tesa. Un po’ del nostro tempo donato a qualcuno. È così che il nostro “sì” diventa concreto. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù»

San Paolo ci indica il segreto quando ci dice: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». E quali sono i sentimenti di Cristo? Gesù non cerca di stare al di sopra degli altri. Si fa servo. Si abbassa. Dona la sua vita. Ama fino alla fine. Ecco il vero “sì”.

Il “sì” cristiano non è soltanto una parola pronunciata in chiesa. È un “sì” che entra nella vita quotidiana. Si vede nel modo in cui parliamo. Nel modo in cui guardiamo gli altri. Nel modo in cui perdoniamo. Nel modo in cui serviamo. Nel modo in cui accogliamo anche chi ci mette in difficoltà.

Perché è facile dire “sì” quando tutto va bene. È molto più difficile dire “sì” quando siamo stanchi, feriti, delusi o contrariati. Ed è proprio lì che il Vangelo diventa vita. «Va’ nella vigna».

Fratelli e sorelle, oggi il Signore non ci chiede: «Hai sempre detto sì?». Ci chiede piuttosto: «E adesso, che cosa vuoi fare del mio invito?» Forse ieri abbiamo detto “no”. Non è la fine della storia. Forse ieri abbiamo detto “sì” e poi non siamo riusciti a passare ai fatti.

Possiamo ricominciare. Perché Dio non si stanca di chiamarci. Ci dice ancora: «Va’ a lavorare nella mia vigna». La vigna è la nostra famiglia. È la nostra comunità. È il nostro luogo di lavoro. È il nostro quartiere. È il mondo nel quale viviamo.   in questa vigna c’è ancora tanto da fare: un malato da visitare, una persona sola da ascoltare, un bambino da incoraggiare, una persona ferita da accogliere, un perdono da offrire, una mano da tendere.

Forse allora la nostra preghiera di oggi potrebbe essere molto semplice: «Signore, non ti prometto di essere perfetto. Ma voglio provarci. Dammi la forza di passare dalle parole ai fatti. Quando dico di no, donami la grazia di ritornare. Quando cado, dammi la forza di rialzarmi. Quando incontro una persona difficile, insegnami a guardarla come la guardi tu. E fa’ che il mio “sì” non rimanga sulle mie labbra, ma diventi vita».

Fratelli e sorelle, Dio non cerca cristiani perfetti. Cerca uomini e donne disposti a lasciarsi trasformare dal suo amore. Non importa soltanto quante volte abbiamo detto “sì” o quante volte abbiamo detto “no”. Importa ciò che scegliamo di fare oggi. Perché la misericordia di Dio ci offre sempre la possibilità di ricominciare.

Allora, oggi, torniamo nella vigna. Il Padre ci aspetta. La sua chiamata è ancora rivolta a noi. E nella sua vigna c’è ancora tanto amore da donare. Il nostro “sì” diventi un cammino. Il nostro cammino diventi servizio. E il nostro servizio diventi amore.

Sia lodato Gesù Cristo.