Benvenuto a Don Francois Djob Biba

Diamo il “Benvenuto” a Don Francois Djob Aye Maliga Biba, che trascorrerà un certo periodo della sua vita a Siena, ospite di Don Tito, Parroco della Parrocchia della Beata Anna Maria Taigi di Vico Alto.

Sono molto contento della presenza tra Noi di Don Francois, ha dichiarato Don Tito, perché ci farà conoscere la realtà della Chiesa del Camerun, una Chiesa giovane, in grande fermento, fatta da preti desiderosi di compiere la loro missione sacerdotale tra i cattolici di quella nazione.

Di seguito riportiamo un breve “curriculum vitae” di Don François Djob Aye Maliga Biba.

Nato il 29 luglio 1976 a Duala in Camerun, è stato ordinato dapprima diacono nella Basilica di San Pietro a Roma il 25 novembre 2005 e successivamente sacerdote il 29 luglio 2006, giorno del suo compleanno, a Edea in Camerun. Entrato in seminario nel 1998, ha proseguito i suoi studi a Roma dal 2001 al 2006 presso l’Università Pontificia Regina Apostolorum, conseguendo una prima Specializzazione in Chiesa, Ecumenismo e Religione e quindi il Master in Bioetica, Successivamente ha conseguito in Francia una seconda specializzazione in Etica Medica. E’ stato Professore Associato nell’Istituto cattolico Saint Jerome in Duala e Segretario particolare del Vescovo locale. Parla correntemente l’Italiano, il Francese e l’Inglese, oltre naturalmente la sua lingua madre. Dal 2024 è stato inviato in cooperazione missionaria presso l’Arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino.

Auguriamo a Don Francois un buon lavoro ed una proficua missione sacerdotale nella Parrocchia e tra i parrocchiani della Beata Anna Maria Taigi di Vico Alto.


Martedì 29 luglio 2025

Immagini del 49° compleanno di Don Francois Djob Biba trascorso a Siena nella Parrocchia della Beata Anna Maria Taigi di Vico Alto. Nello stesso giorno ricorre anche il 19° anniversario dell’Ordinazione Sacerdotale di Don Francois, che è stato festeggiato sia con una Santa Messa pomeridiana molto bella, molto sentita e molto partecipata dai fedeli di Vico Alto, sia la sera a cena con la classica torta di compleanno.


 

 

Recentemente Don François Djob Biba ha scritto e pubblicato la sua testimonianza sulla “Procreazione e Provvidenza divina”, che è possibile sia leggere nelle pagine seguenti, sia cliccando sul link seguente: “Testimonianza di Don Francois Djob Biba” scaricare in locale nel proprio Pc, tablet o cellulare per leggere e meditare con maggior calma.

 

 

PROCREAZIONE E PROVVIDENZA DIVINA!   UNA TESTIMONIANZA

CAPITOLO PRIMO

IL BAMBINO DELLA PROVVIDENZA
Le righe che seguono sono la testimonianza che rendo del «mistero del sacerdozio», per riprendere le parole di San Giovanni Paolo II in “Dono e Mistero”, come un orante la cui adorazione si dissolve nel santuario celeste non “con il prestigio della parola o della sapienza” (1 Cor 2,1), ma con un cuore totalmente aperto.

1. La situazione familiare
Nato in una famiglia cristiana, dopo lunghi anni di educazione familiare, grazie a genitori ferventi cristiani e persone generose, ho compreso che l’uomo è veramente fatto per Dio. Mio padre ha lavorato come autista in una società funeraria francese, la SOCASEP a Douala, per più di trentacinque anni, mentre mia madre si è sempre dedicata al commercio. Tuttavia, Thérèse e François (i miei genitori) prima della mia nascita e per molti anni, hanno vissuto, nell’Africa profonda in un dramma sociale e culturale che influenzerà più tardi la mia vita: quello di non poter “dare” figli. Ogni grido si eleva al cielo. Pesante, tenace, pieno di amarezza è il grido straziante che può scaturire dalle viscere di una donna disperata per non poter dare un figlio al proprio marito. Se la nascita di un bambino segnala la presenza di un nuovo essere, affidato alla responsabilità dei genitori, non per questo è di loro proprietà. Nessuno, nemmeno i genitori, può “dare” la vita per poi disporne a piacere. L’uomo non è padrone della vita. Ognuno riceve la vita come un dono prezioso della misericordia di Dio. Nella sua tradizione, la Chiesa considera sempre il bambino come un dono di Dio fatto ai genitori, così dice Papa Francesco: «i figli sono un dono. Ciascuno di loro è unico e insostituibile» (Amoris Laetitia n.170, marzo 2016). Una donna senza figli, soprattutto in certe società, viene considerata misera. In tali culture la donna ha infatti soprattutto la funzione di essere madre. Quando, per ragioni indipendenti dalla sua volontà, la donna non riesce a portare avanti questo progetto naturale e culturale, essa stessa non riesce a perdonarselo o, meglio, è la tradizione culturale a non perdonarglielo. Tutto ciò può avvenire per ignoranza, per conformarsi alla mentalità della gente, oppure addirittura per volontà di nuocere alla integrità morale, psicologica e fisica della persona coinvolta. Questo fu il dramma vissuto dai miei genitori, perché, come già detto, nella nostra tradizione, la donna sterile era considerata come un ramo secco, in quanto incapace di aiutare il marito ad avere una discendenza. A causa di una mentalità che attribuiva la sterilità alla donna, essa poteva essere addirittura ripudiata, mentre l’uomo era autorizzato a prendere una seconda moglie, in una società in cui la poligamia era tranquillamente accettata. Tuttavia, i miei genitori, nonostante questa difficile situazione, continuarono a porre la loro fiducia nel Dio della vita. Attendevano e speravano, pregustando la gioia di avere un figlio. “La gioia dei figli fa palpitare il cuore dei genitori e riapre l’avvenire. I figli sono la gioia della famiglia e della società. Non sono un problema di biologia riproduttiva, né una delle tante modalità di realizzazione. Non sono nemmeno proprietà dei genitori … no. I figli sono un dono, sono un regalo» (Papa Francesco, catechesi dell’11 febbraio 2015). Oltre un decennio di vana attesa aveva messo duramente a prova la loro speranza. Il tempo era diventato un’eternità. Eppure, hanno perseverato nell’amare e servire Dio. La docilità e la mitezza di questi due genitori è stata sostenuta, lo capisco oggi, dalla fiducia e dall’abbandono a Dio. L’abbandono fiducioso al Signore è l’atteggiamento che il cristiano dovrebbe avere, ma spesso è difficile da realizzare. In effetti, spesso pretendiamo di misurare l’amore di Dio. Davanti alla ricerca permanente del benessere, a volte, una realtà deludente può suscitare in noi l’eterna domanda che tutti ci poniamo: «Chi ci farà vedere la felicità?» (Sal 4,7). I venditori di illusioni, da noi, prosperano; coloro che si credono i detentori dei segreti dell’universo, di fronte a un simile dramma, non esitano a puntare il dito accusatore contro un membro qualsiasi della famiglia. In questo caso, mio padre fu pesantemente accusato di aver “venduto” il ventre di sua moglie per arricchirsi. Il suo mestiere, del resto, secondo la cultura del luogo, era collegato a poteri magici e alla stregoneria; infatti, si pensava di non poter guidare un carro funebre senza qualche amuleto o una protezione rituale ottenuta in una foresta remota. Cosa potevano dire mia madre e mio padre se non accettare, senza discussione, ogni pozione proveniente da farabutti e stregoni vari, fingendo di assumere tali sostanze, come se dovessero scusarsi di fronte alla società, della loro “sfortuna”? Se la donna porta la vita, non ne è però l’autrice e neppure una collaboratrice diretta del Creatore; chi mai è stato suo consigliere? Aut quis consiliarius eius fuit? (Rm 11,34). Il Signore è il padrone del tempo e della storia; «Lo stesso, ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8). Dio non è schiavo della storia, Egli la trascende. È per questo che la sua regalità si manifesta nella storia, contro ogni aspettativa]. François e Thérèse attraversarono momenti difficili, fatti di incomprensioni, lotte interiori, derisioni di ogni tipo, accuse di stregoneria ecc., ed in più il tempo non giocava certo a loro favore, perché, una attesa di oltre undici anni di matrimonio superava la soglia del sopportabile. Pur traditi dal tempo e incalzati dalla storia, scoprirono in questa prova dolorosa, l’immenso amore divino che sosteneva la loro speranza. Quei dodici anni li trascorsero nella preghiera e nell’accoglienza del prossimo. In attesa, sempre, di avere un figlio.

2. Il primo dono di Dio
Infine, certamente anche grazie alle tre novene di preghiera del padre Nicolas GOBINA, sacerdote spiritano recentemente nominato alla parrocchia di Santa Anna di Nkong-mondo, la famiglia si allargò e venne alla luce la primogenita, che fu chiamata NGO BIBA GRACE NATHALIE DESIREE DIEUDONNEE HONOREE BIENVENUE JEANNE. Questi nomi, da soli, dicono molto! Dopo di lei, nacqui io, con una particolarità di cui parlerò nelle righe successive. E poiché solo Dio sa dare con abbondanza, altri suoi «inviati» furono NGO BIBA NICOLAS JOSEPHINE, la terza, e infine MASSO JEAN, il quarto figlio. Nicolas è il nome di un sacerdote amico della famiglia: padre Nicolas Boumtjé; Joséphine, nome di mia nonna, è il femminile di Giuseppe, a richiamo della Santa Famiglia, mentre Jean (Giovanni) significa “Dio ha avuto pietà” ed è il nome di mio prozio Masso Jean; il suo nome richiama il più giovane dei discepoli, quello che Gesù amava.

3. Le ragioni di un nome
Se oggi canto la fedeltà di Dio, è perché sono venuto alla vita per miracolo. Approfitto di questo testo per ringraziare Dio del dono della mia nascita, del sublime nome DJOB AYE MALIGA che si traduce: “Dio è fedele” (Dt 7,9; Dt 32,4; 1Cor 1,9; 1Cor 10,13; 2Cor 1,18; 1Pt 5,12). Il mio nome fu scelto dal Reverendo Padre Nicolas GOBINA. Una verità lapalissiana! Questo nome riassume la mia vita. In Africa, attribuire un nome a un bambino non è mai un fatto casuale. Anzi, non è mai un fenomeno che non abbia risonanza cosmica e mistica. Il nome si identifica con la persona. In altri termini, il nome è la persona. Dare un nome stabilisce un legame tra chi ne prende l’iniziativa e la persona nominata. Il nome che mi è stato dato viene da Dio. Quando persone intelligenti devono dare un nome a un bambino, vi sono due modalità di scelta: o il nome viene dato allo scopo di distinguere una persona dalle altre, diventando così espressione delle circostanze della sua nascita; oppure viene scelto un nome che lo determinerà nella vita futura. Questa è una tradizione che non nasce oggi. Nell’Antico Testamento, il libro di Samuele esemplifica bene il primo caso: Nabal porta proprio il suo nome, «si chiama lo stolto, ed è uno stolto davvero»(1Sam 25,25); e così sarà, a meno che un nome nuovo non cambi il suo destino. Il destino di ciascuno è nelle mani di Dio, che per fortuna ci rende uomini nuovi mediante il suo amore. Ecco perché nessuno di noi è “bloccato” per sempre. Se dunque il nome esprime ciò che la persona è attualmente, un nuovo nome le attribuisce anche un’identità nuova. Questo secondo caso è evidenziato nel Nuovo Testamento, quando Andrea, dopo aver incontrato il Cristo, conduce da Lui suo fratello Simone. Gesù lo guarda e dice: «Tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa, che vuol dire Pietro» (Tu es Simon filius Iona; tu vocaberis Cephas, quod interpretatur Petrus) (Gv 1,42). Questo nome, ben lungi dal descrivere una realtà presente, gli assegna, d’ora in avanti, in modo definitivo, una missione particolare, un intero programma. Questo modo di agire è tipico dei popoli con grandi tradizioni mistiche. Quindi, il nome conferisce potere di essere, di esistere e di diventare, non chiunque infatti può diventare qualsiasi cosa. Poiché Dio si prende cura personalmente di ogni essere che crea, ciascuno di noi riceve un «nome nuovo» (Is 62,2) al nostro ingresso nel mondo o durante la nostra esistenza terrena. Lo sguardo del Signore si è posato su di me, in tutta la mia vita e, soprattutto nella mia giovinezza, ha determinato delle scelte precise.

4. La vocazione
La mia avventura verso il sacerdozio cominciò a Douala, dove partecipavo, fin da piccolo, alle attività parrocchiali come chierichetto. L’esempio di alcuni anziani della mia comunità ha impresso nel mio spirito il rispetto per il sacro; infatti, il loro dinamismo e il loro apostolato attiravano molti giovani attraverso la bellezza del servizio liturgico che offrivano. Con altri bambini della mia età, passavo così buona parte del fine settimana a preparare le celebrazioni liturgiche della domenica e della settimana. Altre attività, come il teatro, riempivano il nostro tempo libero, favorendo i legami di amicizia, la conoscenza reciproca, e soprattutto, lo sviluppo armonico del nostro carattere. Da chierichetto, iniziai il mio seminario senza esserne pienamente cosciente, anche se, per molti parrocchiani, quelli come me erano già dei “piccoli preti”. Ma, quando arrivò il momento di affrontare gli studi secondari, ebbi la possibilità scegliere tra iscrivermi al seminario minore di Nylon o al collegio Libermann. Il seminario non fu la mia prima scelta, per paura di una separazione troppo precoce dai miei genitori a causa dell’obbligo di internato; volevo maturare fisicamente e psicologicamente, ed è per questa ragione che optai per il collegio Libermann, un istituto più vicino a casa, gestito dai Padri Gesuiti. Parallelamente, la mia attività in parrocchia si era intensificata, poiché avevo ormai la responsabilità di guidare il gruppo dei chierichetti. Ebbi il piacere di scoprire anche la mia passione per la scrittura e per l’arte drammatica. Tuttavia, dopo qualche anno, dovetti cambiare collegio. Lungi dall’essere una risposta a una crisi
esistenziale fu piuttosto l’inizio di una serie di interrogativi infiniti che occuparono il mio spirito per mesi, soprattutto perché tutto si decideva in quel momento cruciale della mia vita. Mentre pensavo al seminario, mia madre mi propose di parlarne al parroco, Don Djon André, che, nel caso avessi deciso per il seminario, mi avrebbe potuto scrivere una lettera di presentazione. Così fu e, una mattina, all’uscita della Messa delle 6:00, Don Djon mi consegnò una lettera per il seminario minore di Nylon a Douala. Accettai, pensando sinceramente di rimanervi solo per poco tempo. Era risaputo che le condizioni del seminario erano rigide e difficili, per questo motivo non sapevo se sarei stato capace di restarvi a lungo. Ma negli anni successivi, gli incoraggiamenti dei successivi rettori (padre DieudonnéBayemeg, Odilon Mbog e Simon Blaise Bikok), del padre spirituale Marcelin Ndabnyemb (ordinato vescovo nel 2018), e dei professori, preti e laici, come Jean Paul Bayanack, la maggior parte dei quali erano disinteressati e generosi nella loro vocazione all’insegnamento, aprivano a poco a poco il mio cuore a Dio in quell’atmosfera studentesca e spirituale. Nel 1997, chiesi, al vescovo di Édéa, SER. Monsignor Victor Tonyé Bakot, l’ammissione al grande seminario. Egli era già stato prete a Douala parecchi anni prima, ed è lui che aveva battezzato mia sorella Nicolas a Sainte Anne. Mi accolse. Tuttavia, dovevo convincere i miei della mia decisione, e inoltre, superare la tentazione di proseguire gli studi all’università, per entrare rapidamente nel mondo del lavoro. È così che padre Nicolas Boumtjé, che mi aveva battezzato, ebbe un ruolo determinante e provvidenziale presso la mia famiglia: portare a termine delle “giuste trattative” e rivelare in anticipo la mia vocazione al sacerdozio, presso coloro per i quali era legittimamente doloroso il mio rinunciare a fondare una famiglia secondo la carne, dopo tutte le peripezie che avevano vissuto loro stessi, a causa proprio dell’assenza di figli. A partire dal 1998, fui studente al Seminario Maggiore Paolo VI, prima alla Propedeutica di Mbanga, poi al Filosofato di Bafoussam, di cui era rettore proprio padre Nicolas Boumtjé. Nel 2001, il vescovo mi inviò a proseguire gli studi ecclesiastici a Roma.

5. La donazione
Diventare sacerdote, per me, era il modo migliore di rendere grazie a Dio, per il quale nulla è impossibile, poiché la mia nascita, apparentemente impossibile, era diventata realtà. Personalmente, non credo al caso, ma sono invece convinto del potere dell’uomo di tentare di modificare il disegno di Dio. La Provvidenza ha voluto che una buona parte della mia formazione, certamente la più decisiva verso il sacerdozio, si svolgesse a Roma, presso il Pontificio Collegio Internazionale Maria Mater Ecclesiae, un seminario di formazione sacerdotale nato nel 1991, in risposta all’indirizzo tracciato da Giovanni Paolo II per collaborare con i vescovi nella formazione dei futuri formatori dei ministri della Chiesa di Cristo, cioè i sacerdoti. Aiutare, nei limiti delle mie possibilità, altri giovani a rispondere generosamente alla chiamata di Dio, in qualunque modo, affinché, a loro volta, possano aiutare la Chiesa a compiere il disegno divino sull’umanità, è anche questo un modo di generare alla vita, forse più sublime di quello fisico. Gli eventi successivi della mia vita hanno dimostrato che la volontà di Dio equivale alla sua potenza, e la potenza di Dio è amore. Dio mi ha amato moltissimo. «Vieni, seguimi» (Mt19,21). Di fronte a una scelta, a volte difficile, tra tante possibilità che avevo, nasceva nel mio cuore un conflitto interiore, alimentato dalla divergenza di opinioni tra le persone a me più vicine. Tuttavia, la mia libertà di rispondere o meno alla chiamata di Dio era intatta, non influenzata da pareri o eventi estranei. Perché il sacerdozio e non un’altra cosa? Come ogni vocazione al sacerdozio, l’elezione di Dio è un dono e rimane un mistero che le nostre sole capacità umane non riusciranno mai a svelare. Dio non ci ha solo pensati, ci ha anche voluti! Alla mia ordinazione diaconale, il 26 novembre 2005, sull’altare della Basilica di San Pietro in Vaticano, per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi – accompagnato dai Vescovi Cypriano Calderón e Walter Župan – i miei confratelli ed io scegliemmo questa frase, per segnare questo evento decisivo nella nostra vita: In hoc cognovimus caritatem Dei, quoniam ille animam suam pro nobis posuit: et nos debemus pro fratribus animas ponere. Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi. E noi pure dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli. (1Gv 3,16)  Ogni vocazione è dono e mistero. Il dono e il mistero della chiamata al ministero pastorale trovano origine nello sguardo pieno di compassione di Cristo sulla Chiesa. Di questo mistero, che è Cristo, Pane di vita e Buon Pastore, sono ormai ministro ordinato, al secondo grado del sacramento dell’Ordine, facendo della mia vita un servizio costante e gioioso. Conto sulla grazia misericordiosa del Buon Dio, senza il quale non posso nulla, e anche sul sostegno materno di Maria, Mater Ecclesiae (Madre della Chiesa), modello di quella carità attiva che sospinge la barca della Chiesa, mostrando, agli uomini di ogni angolo della terra, che vale la pena seguire Cristo, perché solo in Lui troviamo la vera pace, la vera gioia, la vera felicità.

6. Il sacerdozio
Attraverso l’imposizione delle mani del vescovo, legittimo successore degli Apostoli, sono stato configurato a Cristo Sacerdote, per sempre secondo l’ordine del Sommo Sacerdote Melchisedek. Qual è il ruolo del sacerdote, se non quello di essere il testimone privilegiato della fedeltà di Dio verso il suo popolo? Ecco perché il mio motto sacerdotale è effettivamente il mio stesso nome: Deus est fidelis –Dio è fedele – Djob Ayé Maliga. San Paolo, parlando del sacerdote, insegna: «Noi siamo dunque ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20).

Conclusione
Nel momento in cui ho salito i gradini dell’altare del Signore come sacerdote, ho desiderato ringraziare i miei genitori, amici e fratelli che hanno reso possibile questa consacrazione definitiva a Dio, con i loro consigli, il loro aiuto discreto, la loro attenzione, il loro incoraggiamento. Per loro, prendo in prestito queste parole di un vescovo rivolte ai suoi fedeli: «Desidero solamente essere il Buon Pastore, questa è la mia unica aspirazione. Non appartengo più a me stesso, ma vi appartengo, amati figli. Il mio cuore, il mio spirito, la mia vita saranno per voi: Il mio cuore, affinché ami Dio e voi; Il mio spirito, affinché pensi solo a Dio e a voi; la mia santità, affinché si consumi servendo Dio e voi; Il mio tempo, affinché sia interamente consacrato a Dio e a voi.» Questa promessa di fedeltà, stabilita il 29 luglio 2006, coincidendo miracolosamente con il giorno del mio compleanno, segnerà per sempre, davanti al cosmo, lo stesso patto d’alleanza che c’è tra Dio e il suo popolo. Siamo davvero, per la forza dello Spirito Santo, la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra capacità di diventare l’immagine di suo Figlio. Vorrei che Thérèse facesse suo questo canto di esultanza: «L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore.» Possa ogni donna tormentata dal desiderio di portare un figlio nel grembo, trovare consolazione presso di Te, Santissima Vergine Maria. A mio padre, che chiamavamo affettuosamente Tanta, deceduto un mese dopo la mia ordinazione, il 2 settembre 2006, due vescovi – Mons. Dieudonné Bogmis, vescovo di Eséka, e Jean Bosco Ntep, vescovo di Édéa – riassumendo la sua vita, gli hanno dedicato queste parole: «Ora, o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele.» (Lc 2,29-32) Quest’uomo di fede, mistico e totalmente abbandonato a Dio, ci lascia il ricordo di un amore indiviso per Dio.

 

CAPITOLO SECONDO

LA POTENZA DELLA PREGHIERA

I. LA TESTIMONIANZA DEL PADRE NICOLAS GOBINA SULLA “PROCREAZIONE SPIRITUALMENTE ASSISTITA”
Omelia pronunciata domenica 30 luglio 2006 nella parrocchia Santa Odile di Ekitè, prima Messa di Don Djob Ayé Maliga Biba François.
Fratelli e sorelle, la mia catechesi di questa diciassettesima domenica si articolerà attorno a due punti: il primo, sarà la meditazione dei testi liturgici che abbiamo appena ascoltato, alfine di trarne la Buona Notizia della salvezza che oggi ci viene annunciata. Il secondo, sarà la mia testimonianza riguardo l’abate François DJOB AYE MALIGA BIBA, affinché possiate comprendere il significato di questo nome. È un nome di battesimo, e, dopo la mia testimonianza, vi renderete senz’altro conto che questo ragazzo, divenuto sacerdote, è un miracolato. A partire dai tre testi proclamati in questo giorno, una domanda ha attraversato il mio spirito: Che tipo di sacerdote per quale Chiesa? Ed è attorno a questa domanda che costruirò la mia riflessione. Il Vangelo secondo Matteo (Mt 9,36–38) ci dice che la messe è abbondante ma gli operai sono pochi. Il popolo di Dio sta pregando in seguito all’annuncio dato ieri da Mons. Jean Bosco NTEP (sabato 29 luglio 2006) riguardo alle ordinazioni imminenti. Questo annuncio significa che c’è bisogno di nuovi sacerdoti, poiché la messe è grande. Ma, qualunque sia il loro numero, i sacerdoti non potranno mai soddisfare completamente questa chiamata del Signore. È importantissimo pregare per i sacerdoti. Ma i sacerdoti… per fare cosa? Per fare cosa, e dove? I sacerdoti per quale Chiesa? Sono tutte domande che vengono in mente. Abbiamo bisogno di tanti sacerdoti oggi; tanti sacerdoti nella Chiesa cattolica, perché oggi ci sono molte “Chiese”. Una volta c’erano solo cattolici e protestanti, ma oggi è cosa comune vedere qualcuno (sacerdoti o fedeli) abbandonare la propria Chiesa e, in meno di sei mesi, fondare o partecipare ad una nuova comunità religiosa e ricevere persone che vi accorrono. Abbiamo bisogno di sacerdoti, e il sacerdote di cui abbiamo bisogno oggi è colui che vive sull’esempio di Cristo, con lo sguardo fisso sul popolo. Il popolo ha fame: la prima fame è quella di salvezza, di felicità, di eternità, fame di giustizia, fame d’amore, fame di verità, fame di riconciliazione, fame di fraternità. Ci vogliono quindi sacerdoti non solo santi ma anche acuti, intelligenti, preparati, formati per custodire il popolo e aiutarlo a uscire dalla sua condizione di bisogno, come aveva fatto Gesù un tempo. Ecco perché si diceva: sì, preghiamo per i sacerdoti, ma per sacerdoti santi. Libermann, fondatore della Congregazione dello Spirito Santo, la cui vocazione speciale era l’evangelizzazione, diceva: Quelli che salveranno l’Africa non saranno molti sacerdoti sapienti, ma molti sacerdoti santi. Le due cose ovviamente non si escludono.

La testimonianza
Nel nostro mondo in ebollizione, servono sacerdoti santi e sapienti. Illustro il mio pensiero con un esempio: di recente, c’è stato un dibattito televisivo in cui doveva intervenire un sacerdote. La questione del dibattito era: bisogna oggi legalizzare l’aborto? Converrete con me che il sacerdote invitato a questo dibattito non poteva essere un sacerdote qualunque. Perché, per rispondere a una simile domanda e per poter argomentare le proprie ragioni, occorre un sacerdote competente, iniziato alle problematiche della vita, così come vengono poste dagli “uomini di scienza”. Altrimenti, un sacerdote impreparato rischia di rendersi ridicolo con affermazioni che non tengano conto dei progressi della scienza. Inoltre, accanto a principi fondamentali di conoscenza scientifica, il sacerdote deve soprattutto possedere la conoscenza teologica, che gli permetta di avere una visione del mondo diversa rispetto a quella di persone che non conoscono Dio. Egli vede il mondo e il suo futuro in Dio. Ecco il tipo di sacerdote per cui preghiamo oggi: sacerdoti santi e sapienti, cioè sacerdoti che conoscono la loro teologia e che sanno dialogare con il mondo scientifico e che soprattutto non hanno paura delle conoscenze scientifiche, perché tutto ciò che è conoscenza è sapienza di Dio. Il sacerdote sapiente è colui che sa interpretare le conoscenze scientifiche in ordine alla creazione e per il bene dell’uomo. In fondo, il primo che ha usato la scienza, in forma di “rimaneggiamento genetico”, è stato Dio, quando ha creato Eva dalla costola di Adamo. Dio ha creato il cosmo; la conoscenza del cosmo non può che avvicinarci a Dio. Il teologo interviene là dove l’uomo, orgoglioso del suo sapere, lo usa non in ordine alla natura e a vantaggio dell’uomo, ma contro quello che è l’uomo nel disegno di Dio. La scienza deve rispettare la vita e riconoscere con umiltà che il suo sapere è limitato rispetto alla maestosità e complessità dell’universo. Il vero scienziato non è quello che si crede Dio, ma quello che si crede creatura con il bisogno incoercibile di conoscere la bellezza del creato, ma che sa che n n potrà mai possederlo. La vera scienza è umile e casta, non possiede, ma esplora e rimane incantata da quello che scopre. La vera scienza è un chiaro rimando a Dio. Preghiamo per i sacerdoti, sì, ma sacerdoti per quale Chiesa? Di quale Chiesa stiamo parlando? Non abbiamo altra scelta: è la Chiesa cattolica; la Chiesa fondata da Gesù Cristo. La Chiesa affidata a Pietro, la cui successione apostolica continua attraverso i papi fino all’attuale Benedetto XVI. Apriamo una piccola parentesi storica: la nostra Chiesa è la concorrenza”. All’origine del cristianesimo, c’era solo la Chiesa cattolica, la nostra Chiesa. Ma questa Chiesa non è una Chiesa statica, definita una volta per tutte nel suo rapporto con il mondo. La Chiesa è il Corpo di Cristo ed è un corpo che, pur non essendo del mondo, vive nel mondo. La Chiesa deve essere fedele al suo capo che è Cristo e quindi al Vangelo, ma è necessario un continuo processo di “inculturazione”. Gesù, che proclamava la Buona Novella della salvezza ed era sostenuto dallo Spirito Santo, invia la Chiesa. La nostra Chiesa è inviata nel mondo e, per tale definizione, non può prescindere dal mondo, pur dovendo restare fedele alla Parola di Cristo e alla Tradizione della Chiesa che rappresenta la sua Storia, sempre ispirata, nel corso dei secoli, dallo Spirito di Dio. Come Dio, dall’ inizio del tempo, si è abbassato ad usare un linguaggio umano, per parlare con l’uomo (Sacra Scrittura) e successivamente, si è ulteriormente abbassato fino ad assumere una natura umana, così la Chiesa di ogni tempo, non può prescindere dalla cultura del popolo a cui viene rivolto il messaggio salvifico di Gesù. Ma non solo questo. Perché il messaggio di Gesù sia vero, esso deve prendere in considerazione l’unità della persona, nella sua dignità umana e divina. Per questo, affinché il messaggio di Dio sia veramente di salvezza, non si può limitare all’aspetto trascendente, ma occorre che la Chiesa, nella situazione specifica in cui si trova, abbia un forte interesse a liberare il popolo dalla miseria: miseria morale, sociale, economica, affinché questo popolo possa ritrovarsi davanti al suo Dio ed essere capace di adorarlo. Dunque, i sacerdoti santi e sapienti per cui preghiamo sono destinati a una Chiesa radicata in Gesù, venuto a salvare l’uomo senza distinzione; si tratta di ogni uomo, che vive ed affronta la vita in un mondo che tende a schiacciarlo. La Chiesa deve vigilare su questo, vigilare sul popolo, per dargli un nutrimento che susciti inlui la speranza. La Chiesa non può accontentarsi di annunciare la Buona Novella dicendo alla gente non è più un luogo di liberazione, non è più una comunità che salva. La Chiesa deve essere attenta a tutto ciò che costituisce l’uom , come lo era Gesù. Gesù ebbe compassione della folla che lo aveva seguito e non aveva nulla da mangiare. La missione della Chiesa è annunciare la salvezza, rende l’unità della persona. È difficile chiedere all’uomo di trascendere questa vita e di credere nella Chiesa, se essa non aiuta il mondo a credere nella Salvezza in Gesù, figlio di Dio. Si può forse credere nella Chiesa, se in essa non c’è amore, se non si vedono segni che mostrano come la Chiesa partecipi alla situazione del popolo, sia dentro il popolo? La Chiesa non può tollerare le ingiustizie subite dal popolo, non può sopportare la fame che attraversa e tortura il popolo. Un giorno, un grande signore passeggiava sul lungomare, e cammin facendo, incontrò una mamma con un gruppo di bambini che gridavano per la fame verso la loro madre: «Mamma, abbiamo fame! Mamma, abbiamo fame!» L’uomo li sentiva, ma non se ne preoccupava, e guardava le onde del mare. Ma i bambini corsero ai suoi piedi e gridarono: «Mamma, abbiamo fame!» L’uomo fu profondamente toccato. Tornò indietro, trovò quella mamma che non diceva una parola, e le diede dei soldi. Ma, dignitosamente seduta nella sua miseria, quella donna, conoscendo la sofferenza dei suoi figli, gli rispose subito: «Non abbiamo bisogno dei tuoi soldi; ciò di cui abbiamo bisogno è Dio. Parlaci di Dio e del suo amore.» La Chiesa di cui abbiamo bisogno oggi in Camerun e ovunque in Africa è una Chiesa che non smetta di abbracciare l’uomo e contemporaneamente alzi le braccia verso il Cielo. Se la Chiesa non è tale, essa sarà abbandonata da molti. perché non è portatrice di speranza agli uomini. Certo, non è ruolo della Chiesa risolvere ingiustizie, ma deve parlare chiaro e senza alcun timore davanti ai potenti. Questa è la Chiesa che oggi è necessaria, ed è questa che invierà sacerdoti santi e sapienti. Fratelli e sorelle, è a questa meditazione che ci conducono le tre letture di questa domenica. La prima lettura, dal libro dei Re, ci ha mostrato Eliseo che sazia la fame di cento persone con venti pani, così come nel Vangelo Gesù sazia la fame di cinquemila persone con cinque pani e due pesci, e ne avanzano perfino dodici ceste. La seconda lettura ci parla di questa prima comunità cristiana di Efeso. Sapete che tra le lettere di San Paolo, quella agli Efesini è quella che ci parla maggiormente della “novità” del cristianesimo. Quando si è cristiani, non si è più “come prima”; si è oggi con Gesù. Tornare indietro, cercare protezioni, amuleti … non è più vivere in Gesù Cristo: è superato! La nostra Chiesa deve essere rinnovata, viva, in ascolto del popolo che grida. Questo popolo non ha, in primo luogo, bisogno di denaro, ma che gli si annunci il vero Dio, ma un Dio che si occupi anche dei drammi dell’umanità. Ci vuole dunque una Chiesa vigile e attenta all’uomo anche nella sua realtà fisica. Ecco perché, fratelli e sorelle, nelle vostre preghiere, dovete portare l’intenzione che ci siano sacerdoti santi e sacerdoti sapienti, in una Chiesa rinnovata in Gesù Cristo, presente in tutti i problemi del mondo, per portare la speranza di un mondo nuovo, un mondo che deve iniziare fin da ora. Perché, se non si lavora oggi per il bene del fratello, non ci potrà essere felicità dopo, È adesso che bisogna cambiare questo mondo. Non si dica: Aspettate! Presto finirà! Il cielo arriva! E intanto siamo sulla terra, preoccupati per cosa mangeremo, abbattuti da tante ingiustizie … ecc. Il Cielo deve essere reso visibile dalla terra, questo è il ruolo della Chiesa.

II. LETTURA ATTUALIZZATA DELLA VITA DI SARA E ABRAMO
Omelia pronunciata il 5 novembre 2016 nella parrocchia San Domenico Savio di Bonadoumbe, in occasione del decimo anniversario della morte del signor François BIBA, SER mons. Victor Tonye Bakot, arcivescovo emerito di Yaounde. Mons. Sébastien MONGO BEHON, parroco, Cari confratelli nel sacerdozio, Care religiose, cari fedeli in Cristo, Cari membri della famiglia di François BIBA, Nicolas Joséphine BIBA, Cari amici della famiglia, Cari invitati, cari amici, Nel momento in cui ricordiamo François BIBA, scomparso dieci anni fa, come non evocare il trionfo della vita sulla morte o, meglio, la grazia eccezionale di vivere con Cristo? È così che san Paolo si esprime meravigliosamente nella lettera ai Romani: «Fratelli, nessuno di noi vive per sé stesso e nessuno muore per sé stesso; se viviamo, viviamo per il Signore, e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo, infatti, Cristo è morto ed è ritornato in vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.» (Rm 14, 7-9). Viva la vita eterna dopo quella terrena! È la vita che ha conosciuto François BIBA, di cui oggi celebriamo il decimo anniversario della morte, in rendimento di grazie. François BIBA, un grande uomo dal cuore d’oro; fisicamente snello ed elegante, ma grande, conosciuto e ammirato per la sua dedizione e assistenza costante verso i defunti e le famiglie in lutto. E’ stato sempre un uomo discreto e riservato, lasciando che siano le sue azioni a parlare per lui. Oggi sono tanti coloro che lo hanno conosciuto, avvicinato e amato, ben oltre il suo nucleo familiare. Per questo motivo, i suoi amici sinceri e i suoi parenti non hanno esitato a ritrovarsi, per questa ricorrenza, in questa parrocchia, in questa bellissima chiesa il cui nuovo parroco non è altri che Mons. Sébastien MONGO BEHON, ex segretario generale della conferenza episcopale nazionale del Camerun, che sono certo conserva di lui il ricordo di un grande lavoratore, devoto, sempre disponibile e sorridente, qualunque cosa accadesse. Grazie, Monsignore, per averci spalancato le porte della chiesa che avete in cura, affinché possiamo rendere grazie a Dio per il suo servo François BIBA, il cui ricordo resta vivo nella memoria e nel cuore. Grazie alla famiglia BIBA per aver pensato a un vecchio amico per presiedere questa Eucaristia. Si chiamava François BIBA. Lascia una vedova, l’inossidabile Thérèse BIBA; e figli ormai grandi: Grace BIBA, l’Abate DJOB AYE MALIGA BIBA François, BIBA Joséphine Nicolas, MASSO Jean, senza dimenticare la dolcissima Anna, l’infaticabile omonimo BIBA François, e numerosi nipoti presenti a questa celebrazione. Grazie a voi per aver pensato di rinnovare questo dovere di memoria, segno forte di profonda gratitudine verso il nostro caro defunto. Che pensare di quest’uomo, e che dire di quest’uomo? I testi scelti dalla famiglia hanno già detto quasi tutto. Si riassumono così: è grande chi riconosce il valore, il posto e il ruolo dell’altro. È grande chi rende onore a un altro come gli è dovuto. È grande chi sa rendersi disponibile, servizievole e devoto, affinché l’ospite sia il benvenuto e occupi tutto lo spazio, anche a costo che chi accoglie si faccia da parte rendendo evidente solo l’ospite del giorno. È il caso di Abramo. È il caso del vecchio Simeone, che si inchina davanti al Bambino Gesù. Incontriamoci sotto la quercia di Mambre, dove si realizza un’apparizione davanti agli occhi di Abramo. Egli si stava riposando nella sua tenda, quando arrivarono tre viaggiatori insoliti, diretti dal vecchio, ormai segnato, sul volto, dai solchi inesorabili dell’età. Sì, era un vecchio avviato alla fine, nella delusione, sull’orlo della disperazione, per dover morire senza lasciare una discendenza. Il ricordo della promessa di una discendenza si era ormai offuscato, o sepolto nei depositi del tempo. Eccolo, solo, davanti al proprio destino, disteso nella sua tenda. Sua moglie, anch’essa reclusa nella sua tenda, ruminava la tristezza e la desolazione, se non addirittura un rancore senza nome. Ecco: Abramo, un vecchio avvilito, ma ancora speranzoso contro ogni speranza, nonostante la delusione. Un uomo piegato dall’età, ma instancabilmente rivolto verso un orizzonte che non aveva ancora detto l’ultima parola, perché il tempo di Dio; il momento opportuno, il Kairos, non era ancora giunto. Nel momento in cui nulla lasciava presagire un cambiamento della sua situazione, ecco che arriva il tempo di Dio. L’alba nuova di un’attesa ormai dimenticata. La carezza che la vita offre quando si pensa che tutto è perduto. La sensazione deliziosa di vivere un sogno accarezzato da sempre. Ed ecco che Dio bussa, e tutto torna a riempirsi di speranza e di vita, nel cuore stesso dell’angoscia esistenziale. Abramo corre quando vede quegli insoliti viaggiatori che gli fanno la grazia di fermarsi alla sua tenda. Arrivano all’improvviso, nel momento voluto da Dio. La loro presenza restituisce al vecchio vigore, gioia, soprattutto speranza. È rincuorato, si sente rivivere, ha un presentimento. E perché mai quei viaggiatori non potrebbero essere portatori di una buona notizia? Di una notizia rassicurante e piena di futuro? Aspettiamo di vedere. Prima viene l’ospitalità. Abramo invita i suoi ospiti a fermarsi e a distendersi sotto la tenda per un meritato riposo. Apre la sua casa e il suo cuore per accoglierli degnamente: acqua, pane, e un vitello. Tutto viene preparato in fretta, ma con arte sapiente. Gli ospiti mangiano a sazietà. La fine del pasto avrebbe dovuto segnare la conclusione della visita. Ma è proprio quando quell’incontro sembrava giungere alla fine, che tutto comincia. Ed è la sorpresa. L’ospite chiede di vedere Sara, la moglie del vecchio, isolata nella sua tenda, sognante, lontano dagli sguardi, quasi a nascondere la sua vergogna e il suo sconforto. E la sorpresa arriva, come un fulmine: «Quando tornerò, l’anno prossimo, tua moglie avrà un figlio.» L’ospite finisce per rivelarsi attraverso la profondità delle sue parole. Non
sono tre viaggiatori, ma un solo inviato insolito, un messaggero divino, immagine della Trinità. Il messaggio che porta non può venire che dal Cielo. È soprattutto un messaggio che apre al futuro. E che futuro? Il futuro del compimento. Tu non morirai senza lasciare una discendenza. Ciò che Dio promette si realizza sempre, nel suo tempo. Non bisogna mai disperare. Per aver accolto un ospite divino, il vecchio Abramo riceve una promessa divina: il figlio che nascerà è un dono di Dio. Viene da Dio stesso, ed è un messaggero divino che lo annuncia. Grazie ad Abramo per aver avuto la grazia dell’ospitalità che è divenuta fonte di benedizione per quella coppia anziana. Chi accoglie voi, accoglie me. Nell’aver accolto un messaggero divino, è Dio stesso che è stato accolto, un Dio portatore di Buone Notizie. A te, Abramo, padre dei credenti, rendiamo grazie per la tua fede. Hai sperato contro ogni speranza. Il Vangelo di oggi si scrive sullo stesso registro. Ecco un vecchio, di nome Simeone, che accoglie un bambino. Lo prende tra le braccia e benedice Dio. Benedire significa rendere grazie a Dio per i suoi benefici. Thérèse BIBA aveva sposato un uomo di nome François. Hanno vissuto dieci anni – dico dieci anni – senza avere un figlio. Il tempo di Dio non era ancora giunto. E quando quel tempo è arrivato, Dio ha mandato loro il primo figlio, al quale
hanno dato il nome di Grâce – la grazia di Dio. La famiglia BIBA è stata visitata da Dio più volte: dopo Grâce, venne DJOB AYE MALIGA – un altro nome significativo. Dopo DJOB, è nata Joséphine Nicolas BIBA. Nicolas è un grande amico della famiglia, e in ricordo di questa amicizia con l’abate Nicolas BOUMTJE, fidei donum a Nizza in Francia, la seconda figlia porta il nome di Joséphine Nicolas. Dopo di lei, è nato MASSO Jean, un nome che credo provenga dalla famiglia della madre. Quattro figli. Sì, i BIBA sono stati visitati da Dio quattro volte. Hanno avuto due maschi e due femmine. Grazie per questa equa distribuzione! Questa famiglia brilla per diversi doni: Il dono della fede. François BIBA era un grande cristiano, fedele alla parrocchia di Sainte Anne di Nkongmo morte. Tutti i figli sono stati battezzati, comunicati, cresimati, o sposati religiosamente. Dio ne ha preso uno, un giorno, per farne il suo ministro all’altare: l’abate DJOB AYE MALIGA François. Grazie a DJOB per aver scelto di servire Dio all’altare. Il secondo dono è quello dell’ospitalità. Dio ha fatto visita a questa famiglia, come sappiamo. Anche loro hanno saputo aprire il cuore per accoglierne tanti altri. E grazie all’abate Nicolas BOUMTJE, anch’io sono entrato in questa famiglia, e siamo rimasti uniti da più di quarant’anni. Capite dunque perché questa fedeltà nell’amicizia reciproca ha permesso il nostro incontro odierno. Grazie a questa famiglia per aver tanto onorato la nostra amicizia. Il terzo dono è l’amicizia, che non è una questione di ricchezza, di status sociale, o di possesso di grandi beni. Si potrebbe pensare che, raggiunto un certo livello sociale, si sia fuori dal comune. No, per nulla. La nostra umanità resta la stessa. Onorare un’amicizia di quarant’anni significa che i legami tessuti onorano le persone a cui Dio ha concesso la grazia di conoscersi. Onorare un’amicizia di quarant’anni significa che ciò che conta nella vita sono le relazioni umane. Non guardate lo status sociale, non considerate le ricchezze, non fidatevi degli onori che vi separerebbero dagli altri o vi porrebbero al di sopra. Onorate l’umanità che è in ogni uomo. Questa umanità è una ricchezza ricevuta da Dio. È un tesoro. Grazie, dunque, a tutti voi, amici di questa famiglia. Continuate a frequentarvi, ad amarvi, a rendervi ogni genere di servizio. Onorate l’amicizia che giustifica la vostra presenza qui e ora. E ricordate con gratitudine quanto ci dice l’apostolo Paolo al capitolo 13, versetto 8 della Lettera ai Romani: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello dell’amore vicendevole; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge.» Caro François BIBA, nostro amico, che il Signore, nella sua grande misericordia, abbia pietà della tua anima e ti permetta di contemplarlo nella sua gloria.

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